La rete sta cambiando il nostro modo di vivere e pensare lo scoutismo?

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La rete sta cambiando il nostro modo di vivere e di pensare. Ma anche di vivere e pensare lo scoutismo? Questa è la domanda che vogliamo porci su questo blog e alla quale cercheremo di dare delle risposte. Occorre capire non come Internet possa essere integrato e/o bene utilizzato per e nel movimento scout, ma piuttosto come il nostro essere scout possa aiutare a vivere bene la Rete nella storia di oggi, da uomini e donne scout. Cosa vuol dire stile scout al tempo della rete? Come trarre gli strumenti pedagogici dai social media e trasformarli in strumenti di autoeducazione? Possiamo lasciare un po’ migliore il mondo attuale, interconnesso,  lo ‘spazio antropologico’ che chiamiamo rete e che sempre meno distingue tra vita online e vita offline.

Vorrei discuterne insieme a voi attraverso questo blog… Qual’è la vostra opinione?

“Non ho tempo” nell’era di Internet

“Non ho tempo” è una delle considerazioni che ci si trova a fare spesso, in balia di agende costipate e giornate frenetiche. Ma questa lamentela — non ho tempo — confligge con la fondamentale promessa che l’evo tecnologico porta in dote: restituircelo, il tempo, liberandolo da obblighi e mansioni che la tecnologia consente di fare con rapidità infinitamente maggiore. Invece all’aumento della velocità corrisponde la sensazione, penosa e incongrua, di andare troppo lentamente… È accaduto che la tecnologia, proprio perché ha enormemente accorciato i tempi di molte attività (per esempio le relazioni pubbliche e private), ha aumentato a dismisura il desiderio (o l’illusione) di moltiplicare all’infinito la nostra facoltà di “fare cose, vedere gente”.

Se prima in dieci ore facevamo dieci cose, ora ne facciamo mille, dispiaciuti di non riuscire a farne diecimila. E viviamo l’ozio, la “perdita di tempo”, la modalità “off”, con un sentimento di colpa. Volendo girare un remake di “Tempi moderni”, la difficoltà maggiore sarebbe ripensare la celebre scena di Chaplin nella morsa di enormi ingranaggi che lo stritolano, parodia della produttività ossessiva. La morsa è diventata immateriale, non è più fatta di ruote dentate, e il padrone che ci sorveglia occhiuto, battendo il ritmo, siamo noi stessi. Lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo compresso in una sola persona.

(Articolo di Michele Serra)

[Articolo ripreso da La Repubblica del 6/12/2015 un articolo scritto da Michele Serra per L’amaca. Resto a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza su questo blog non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.]

Il mio prossimo è diventato anche social? Mi sa di sì…

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Riprendo da Avvenire del 26/11/2015 un articolo di P. Antonio Spadaro SJ, dal titolo “Il mio prossimo è diventato anche social”. Resto a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

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L’esistenza “virtuale” appare configurarsi con uno statuto ontologico incerto: prescinde dalla presenza fisica, ma offre una forma, a volte anche vivida, di presenza sociale.

Essa, certo, non è un semplice prodotto della coscienza, un’immagine della mente, ma non è neanche una res extensa, una realtà oggettiva ordinaria, anche perché esiste solo nell’accadere dell’interazione. Le sfere esistenziali coinvolte nella presenza in Rete sono infatti da indagare meglio nel loro intreccio. Si apre davanti a noi un mondo “intermediario”, ibrido, la cui ontologia andrebbe indagata meglio in ordine alla comprensione teologica.

Certamente una parte della nostra capacità di vedere e ascoltare è ormai palesemente “dentro” la Rete, per cui la connettività è ormai in fase di definizione come un diritto la cui violazione incide profondamente sulle capacità relazionali e sociali delle persone. La nostra stessa identità viene sempre di più vista come un valore da pensare come disseminato in vari spazi e non semplicemente legato alla nostra presenza fisica, alla nostra realtà biologica. […]

Come osserva papa Francesco, nella parabola evangelica del “prossimo”, cioè del “comunicatore”, il levita e il sacerdote «non videro la realtà di un loro prossimo, ma la “pseudo-realtà” di un “estraneo” da cui era meglio tenersi a distanza». E oggi questo è il rischio: «che alcuni media stabiliscano una “legge” e una “liturgia” capaci di indurci a ignorare il nostro prossimo reale per cercare e servire altri interessi».
Ciò vale anche per le “leggi” e le “liturgie” cristiane: evangelizzare non significa affatto fare “propaganda” del Vangelo. Non significa «trasmettere» messaggi di fede. Il Vangelo non è un messaggio tra i tanti altri. Dunque evangelizzare non significa «inserire contenuti dichiaratamente religiosi» su Facebook e Twitter. E inoltre la verità del Vangelo non trae il suo valore dalla sua popolarità o dalla quantità di attenzione (dei “mi piace”) che riceve. Al contrario il Papa ribadisce la necessità a essere disponibili verso gli altri uomini e donne che ci stanno attorno, a «coinvolgersi pazientemente e con rispetto nelle loro domande e nei loro dubbi, nel cammino di ricerca della verità e del senso dell’esistenza umana».

Testimoniare dunque significa innanzitutto vivere una vita ordinaria alimentata dalla fede in tutto: visione del mondo, scelte, orientamenti, gusti, e quindi anche modo di comunicare, di costruire amicizie e di relazionarsi fuori e dentro la Rete. E di conseguenza anche, come ha scritto il Papa, «testimoniare con coerenza, nel proprio profilo digitale e nel modo di comunicare, scelte, preferenze, giudizi che siano profondamente coerenti con il Vangelo, anche quando di esso non si parla in forma esplicita».

La Chiesa in Rete è chiamata dunque non a essere una «emittenza» di contenuti religiosi, ma una «condivisione» del Vangelo in una società complessa. Il Vangelo non è merce da vendere in un “mercato” saturo di informazioni. Spesso risulta molto efficace un messaggio discreto capace di suscitare interesse, desiderio della verità e muovere la coscienza. Questo permette di evitare la trappola dell’assuefazione a un annuncio che viene ritenuto già noto, già visto, già ascoltato. Nella testimonianza occorre apprendere dall’episodio dell’incontro del Cristo risorto con i discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35), dove il Signore si accosta ai due uomini «col volto triste», aprendo con delicatezza il loro cuore al riconoscimento del mistero.

La possibile separazione tra connessione e incontro, tra condivisione e relazione implica il fatto che oggi le relazioni, paradossalmente, possono essere mantenute senza rinunciare alla propria condizione di egoistico isolamento. Sherry Turkle ha riassunto questa condizione nel titolo di un suo libro: Insieme ma soli. La frattura nella prossimità è data dal fatto che la vicinanza è stabilita dalla mediazione tecnologica per cui mi è “vicino”, cioè prossimo, chi è “connesso” con me.

Qual è il rischio, dunque? Quello di essere “lontano” da un mio amico che abita vicino ma che non è su Facebook e usa poco l’email, e invece di sentire “vicino” una persona che non ho mai incontrato, che è diventata mio “amico” perché è l’amico di un mio amico, e con la quale ho uno scambio frequente in Rete.

Questa stranezza ha radici profonde nell’anonimato della società di massa. Fino all’inizio del XX secolo la maggior parte della popolazione viveva in ambito agricolo, e le persone conoscevano certo non più di pochissime centinaia di volti nella loro vita. Oggi è normale il contrario, cioè il non riconoscere i visi incontrati per strada, ed è ovvio che il prossimo è sostanzialmente uno sconosciuto. Il passaggio problematico è che si comincia a valutare la prossimità con criteri troppo elementari, privi della complessità propria di una relazione vera, profonda.

La tecnologia abitua sempre più il cervello ad applicare l’esperienza del videogame, che si basa sulla logica “risposta giusta/risposta sbagliata” agli stimoli che inviamo al nostro interlocutore. Cristianamente il “prossimo”, però, non è certamente colui che offre “risposte giuste” ai nostri stimoli nei suoi confronti. La logica evangelica è molto chiara al riguardo: «Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo (Lc 6,32-35).

Quando poi l’evangelista Luca parla di “fare del bene” oggi dovremmo intenderlo nel senso più letterale possibile. Il contatto da videogame in Rete si sviluppa sostanzialmente grazie a “parole”, cioè racconti, messaggi scritti. Una volta, ad esempio, essere amici per i giovani era possibile solamente se si faceva qualcosa insieme, se c’era un’attività condivisa, dall’andare a mangiare una pizza al suonare insieme o partecipare a un gruppo. Oggi invece è possibile essere “amici” anche semplicemente scrivendo la propria vita su una bacheca elettronica.

#stilescout: essere scout al tempo della rete

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Qui di seguito il testo della relazione dell’intervento proposto al convegno di Firenze dello scorso 7 novembre. E’ possibile scaricare il il file PDF da questo link e le SLIDE presentate da questo link.

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Internet ha cambiato il nostro mondo di pensare e di passare le giornate? E di vivere e pensare lo scoutismo? Come sono cambiate le nostre attività scout negli ultimi 10-15 anni? Come le nuove tecnologie hanno infuito in questi cambiamenti, che ormai sono sotto gli occhi di tutti? Qual è lo stile dello scout quando è in rete? Ce lo siamo chiesto al convegno dal titolo “Scautismo 2.0 – La sfida del digitale”, organizzato dal Centro Studi ed Esperienze Scout Baden-Powell, tenutosi a Firenze lo scorso 7 novembre 2015. A queste domande bisogna necessariamente dare una risposta e per farlo ci siamo fatti aiutare da un sondaggio che abbiamo rivolto a circa 200 capi dell’Associazione Italiana Guide e Scouts d’Europa Cattolici.

Le domande riguardavano lo svolgimento delle attività scout sin dalla loro programmazione, passando per la loro realizzazione. In particolare: il modo di pensare, il modo di programmare, il modo di svolgere le attività, il modo di raccontarle e ‘fermarle nella memoria’, il modo di verificarle. Sarebbe impossibile in cosi poco spazio essere esaustivi descrivendo tutte le risposte ottenute. In un certo qual modo è però possible raggrupparle, estrapolando in poche righe alcune interessanti consideranzioni. Innanzitutto bisogna dire che alcune delle risposte che i capi hanno dato sono risultate sostanzialmente attese, altre invece hanno destato maggiore interesse e curiosità.

Ad esempio alla domanda su come sia cambiato il modo di programmare le varie riunioni ed attività, circa l’88% dei capi ha dichiarato di affidarsi ad internet, mentre i restanti cercano spunti e materiale sui libri o chiedendo ai capi più anziani. Fra le risorse online più utilizzate c’è certamente il sito Qumran2.net, ma anche tuttoscout.org e siti di mappe online per programmare le uscite all’aperto, oppure per i canti e i bans. Alla domanda su come sia cambiato il modo di convocare le riunioni e le altre attività in sede e all’aperto, quasi il 90% si rapporta con i propri ragazzi esclusivamente attraverso il servizio di messaggistica WhatsApp e il social network Facebook. Solo uno sparuto 10% chiama i ragazzi al telefono di volta in volta. Alla domanda su come sia cambiato il modo di stare in sede, quasi l’80% ha risposto di non fare un uso consistente di nuove tecnologie, specialmente durante le runioni, ma il 40% circa dice ad esempio di mostrare ai ragazzi video dal portale YouTube, e utilizzare PC portatili e tablet anche per prendere appunti o scrivere testi utili alla riunione stessa. In uscita, invece, il 65% circa dichiara di non utilizzare alcuno strumento digitale, mentre i restanti si affidano occasionalmente a mappe digitali (o GPS), servizi meteo o chiamate telefoniche e messaggi esclusivamente per la logistica ed eventuali emergenze. Su come sia cambiato il modo di raccontare le attività scout, la maggior parte dichiara di affidarsi esclusivamente a Facebook e a WhatsApp, a volte anche durante lo svolgimento stesso delle attività (ad esempio la sera in tenda). Altri condividono le foto su servizi cloud come DropBox o Google Drive. Solo una piccola minoranza preferisce raccontare le attività, e farne memoria, attorno ad una tavola imbandita per una pizza oppure nel cortile della sede. Altre risposte hanno riguardato il modo di pensare le attività scout e di come possa essere portato in rete il nostro stile scout. Provocatoriamente è stata altresì posta la domanda su una reale possibilità di svolgere in rete alcune attività di servizio al prossimo. Anche in questi ultimi casi, le diverse risposte si sono rivelate parecchio interessanti ma come detto prima sarebbe impossibile elencarle tutte in queste poche pagine.

In linea generale è quindi possibile tracciare alcune considerazioni di fondo, emerse dai risultati del sondaggio, che brevemente riassumo qui di seguito.

Noi scout, come tutti al giorno d’oggi, trascorriamo una parte della nostra giornata online. Online non vuol dire finto, virtuale. Immateriale sì, ma non finto. Non esiste una vita online ed una offline. Esiste una vita. Un deciso “no” quindi a qualsiasi forma di dualismo digitale. L’alternativa sarebbe quella di crescere una generazione di alienati. Stiamo attenti: come educatori ci stiamo facendo carico di una grande responsabilità.

Capiamo subito l’importanza di non fare di tutta l’erba un fascio. Internet non è dannoso oppure è meraviglioso; non è pericoloso oppure è utile. Internet è. Non possiamo far finta che non ci sia. Possiamo invece pensare di avere opportunità in più per i nostri interventi educativi. Pensiamo per un attimo, a titolo esemplificativo, alla forza educativa del simbolismo e al suo utilizzo durante le cerimonie scout. C’è molto di immateriale, ma non vuol dire che ci sia molto di finto o recitato.

Il mondo di internet e il mondo scout non sono mondi così distanti come si potrebbe immaginare. Ci sono parecchi punti di sovrapposizione e ci sono inoltre parecchie modalità in cui ciascuno viene incontro all’altro. Insomma scautismo come palestra per la vita, anche per la vita online. Ma anche la rete come opportunità di vivere lo scoutismo anche online, di farsi buoni cristiani e buoni cittadini della rete.

Quindi, da un lato risulta necessario riscoprire una parola che è una nostra vecchia conoscenza: il discernimento. Dall’altro lato occorre lasciare il mondo migliore di come l’abbiamo trovato. Ma il mondo di oggi è anche online, quindi l’invito è di lasciare anche il mondo online migliore di come l’abbiamo trovato.

A conclusione di quanto detto, mi permetto di tracciare alcune linee pedagogiche che si intravedono da quanto finora emerso. Si tratta di spunti educativi trasversali al discorso appena fatto e che lo attraversano in più punti: imparare ad ascoltare, imparare a scegliere, imparare a dire “noi” al posto di “io”.

Imparare ad ascoltare. Per ascoltare bisogna innanzitutto fare silenzio. La vita scout nella natura ci offre parecchie occasioni. Fare silenzio vuol dire anche capire le esigenze ed i bisogni dell’alterità. Disporre quindi l’animo alla condizione di servizio al prossimo, proprio perché ascolto e capisco chi mi sta di fronte. Non ascolto per rispondere ed avere ragione, ma per capire e dialogare.

Imparare a scegliere. Si tratta di imparare anche scegliere cosa gettare via. Basti pensare per un attimo ai contenuti che i nostri capi pubblicano quotidianamente sulle bacheche dei loro social networks. Si tratta di scegliere seriamente chi e cosa seguire (followare). La rete oggi è una rete di relazioni: io comunico me stesso attraverso ciò che mi piace e ciò che seguo.

Imparare a dire “noi” al posto di “io”. Si tratta di liberarsi dell’egoismo, del narcisismo, dello sguardo rivolto solo a se stesso e al proprio compiacimento. Si tratta di liberarsi della sete di accrescere a tutti i costi la propria autostima e di aprirsi invece al gioco di squadra ed a considerare l’altro come possibile arricchimento nella diversità, nello stile del dialogo e della crescita comune. Connessi alla rete con-senso e non per il consenso.

Queste tre indicazioni dovrebbero essere tenute in necessaria considerazione dal capo che vuole programmare le proprie attività con i ragazzi che oggi sono vivono i new media molto più di noi e in una dimensione immersiva.

SCAUTISMO 2.0: LA SFIDA DEL DIGITALE

Sono felice di condividere con i lettori del blog l’invito al convegno SCAUTISMO 2.0: LA SFIDA DEL DIGITALE.

Come potete leggere qui di seguito sulle locandine, sarà organizzato dal Centro Studi ed Esperienze Scout “Baden-Powell” e si svolgerà a Firenze il prossimo 7 novembre 2015.

Durante la mia relazione presenterò anche questo blog e ringrazierò tutti voi per i continui scambi di opinione ed i preziosi suggerimenti che mi avete inviato.

Ecco qui l’abstract del mio intervento dal titolo: #StileScout: essere scout al tempo della rete
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Barbarie moderne e le conseguenze delle scelte

Riprendo da Avvenire del 31/7/2010 alcuni passi del saggio «Lo spettro dei barbari. Adesso e allora» di Zygmunt Bauman, tradotto da Bevivino editore;  il titolo dell’articolo sul quotidiano cattolico era “Barbari hi-tech”. Resto a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Nella visione del mondo delle nuove generazioni le linee che separano i mondi virtuali, i giochi e il networking sociale, tendono a essere sfocate. Un problema che non scaturisce necessariamente dall’avvento dell’elettronica. In un film del 2003 di Yann Samuell, Amami se hai coraggio, non si vede neanche un computer portatile o un cellulare; la trama rimarrebbe inalterata anche se fossero presenti. Ciò nonostante, il problema è già presente: Julien e Sophie, i protagonisti principali della storia, arrivano passo passo a non essere più in grado di distinguere se ciò che gli succede intorno e ciò che loro stessi stanno facendo sia ‘solo un gioco’ o la ‘realtà’: la loro è una capacità che l’avvento dell’elettronica ha semplicemente reso più semplice raggiungere.

La ‘realtà’ è il mondo della routine e delle regole noiose mentre il ‘gioco’ è il mondo in cui si rompono le regole per divertimento e per l’ilarità generata dal turbare e far infuriare i decorosi abitanti ‘ordinari’ del ‘reale’. Questo è chiaro. Però, la differenza infinitamente più difficile da individuare fra i due mondi, e ancora più difficile da applicare coerentemente, è che le cose fatte ‘per davvero’ hanno conseguenze che gli autori non possono congedare con una semplice scusa e un sorriso.

Nella ‘vita reale’, ogni passo ‘fa la differenza’, una differenza che lascia il segno; dopo aver sofferto una sconfitta o causato dei danni, non si può iniziare un nuovo gioco ‘dallo stesso punto di partenza’, come se niente fosse successo nel round precedente. Mentre la storia avanza protraendosi dall’infanzia all’età adulta, questa stessa differenza tra gioco e realtà viene riconosciuta come ‘parte del gioco’ e, pertanto, facilmente rimossa o dimenticata. I giocatori non sono più in grado di distinguere i due mondi, anche quando è in gioco ciò che loro stessi fanno e provano.

Ma, in ogni caso, dov’è la ‘differenza’? Gli ‘altri’, le vittime e i custodi, insistono nell’asserire che la differenza cruciale consiste nel fatto che le marachelle commesse in un gioco, diversamente dai danni provocati nella ‘vita reale’, non comportano alcun carico di responsabilità. Ma senza nessuna inibizione e senza nessun rimorso Julien e Sophie rovinano la propria vita con la stessa serenità con cui distruggono vite vere, sin troppo vere, di altri il cui destino si incrocia con il loro.

Per quanto profonde possano sembrare, dal punto di vista privilegiato dei tecno-progettisti proiettati sull’obiettivo da raggiungere e degli esperti di marketing, le differenze fra le due sfere si riducono a nulla se paragonate con la ‘realtà’, ovvero con il mondo offline non mediato elettronicamente a cui manca la difesa dei comandi ‘stop’, ‘cancella’, ‘elimina’ o ‘ritorna alla pagina iniziale’.

Per coloro che hanno provato le comodità del mondo online, la mancanza del comando ‘cancel’ fa apparire la vita offline inferiore, insufficiente, forse addirittura intollerabile. Per le generazioni che crescono nel mondo saturato dall’elettronica, l’attrazione principale del mondo online deriva dall’assenza di contraddizioni e di ragionamenti incrociati che perseguitano la vita offline. Il mondo virtuale offre uno scopo assieme ai mezzi per soddisfarlo, mentre nel mondo ‘reale’ i fini sperati e i mezzi messi a disposizione per raggiungerli sembrano stare agli opposti. Diversamente dalla sua alternativa offline, il mondo online rende l’infinita moltiplicazione dei contatti sia plausibile che fattibile.

Lo fa attraverso l’indebolimento dei legami, accorciando e impoverendo gli impegni, in sfrontata opposizione alla sua controparte offline che notoriamente trova le proprie coordinate sullo sforzo di rafforzare continuamente i legami attraverso una limitazione forte del numero di contatti e un contemporaneo approfondimento di ogni legame. Il mondo virtuale promette un miglioramento del mondo ‘reale’, sospeso e bloccato tra la straziante irrealtà dei suoi desideri e l’inadeguatezza dei mezzi atti a soddisfarli. Il mondo virtuale sembra puntare dritto al futuro (diverso e migliore, più piacevole).

Plasma inoltre il prisma attraverso cui vengono percepite, interpretate e valutate, le esperienze derivate dal resto del Lebenswelt o vissute nel ‘mondo reale’ (o nel mondo visto come in un ‘reality’). Quando guardiamo attraverso questo prisma, troviamo che il ‘resto’ è difettoso e ha urgente bisogno di essere corretto: cioè ha bisogno di essere elevato a quel livello di comodità e facilità d’uso che il mondo online è già riuscito a raggiungere.

Giorgio Agamben ha recentemente sottolineato che anche se la capacità di comandare, permettere, proibire e punire, e quindi l’efficacia e la capacità di vincolare il prossimo, era il significato delle idee di ‘forza di legge’ o di ‘norma di legge’ dai tempi della concretizzazione del canone giuridico degli antichi romani, «è soltanto in epoca moderna, nel contesto della Rivoluzione francese, che essa comincia a indicare il valore supremo degli atti statuali»; solo da allora, al limite di quella condizione autodefinita come ‘stato civile’, la force de loi ha assunto il significato di «intangibilità della legge, anche nei confronti del sovrano, che non può né abrogarla né modificarla».

Potremmo dire che il concetto di force de loi nella sua versione moderna, coniato simultaneamente alla riformulazione della vecchia idea di ‘barbarie’ in opposizione al neonato concetto di ‘civiltà’, è stato utilizzato come bastione per separare l’ordine emergente dal suo primitivo passato premoderno. In quella occasione, le enfasi nella definizione di ‘barbarie’ erano state spostate. ‘Barbarie’ diventò sinonimo di stato di illegalità, assenza di norme coercitive, inefficacia della legge e della sua ‘incapacità di costrizione’. La ‘barbarie’ ha smesso di significare una fase preliminare precedente all’avvento della civiltà per assumere quello della ritirata della civiltà, apparentemente già vittoriosa. Ha assunto il significato di una negazione e in generale di fallimento dell’ordine civile.

In diretta dal #CCEE di Atene…

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Dal 3 al 5 novembre, quindi fino a domani, si svolge ad Atene l’incontro europeo dei Vescovi responsabili delle Comunicazioni Sociali, il cui tema è:  «Comunicazione come incontro, tra autenticità e concretezza»

Puntuale come sempre, P. Antonio Spadaro SJ non ha mancato di farci avere il suo contributo alla discussione, pubblicando il suo intervento sul blog cyberteologia.it, il cui titolo è: “Le sei grandi sfide della comunicazione digitale alla pastorale”.

Parecchi spunti interessanti anche per noi, che indaghiamo cosa significhi essere scout al tempo della rete, fra i quali riportiamo:

  • Attenzione a suscitare domande: che per noi capi vuol dire tensione educativa sempre viva.
  • Pastorale centrata sulle persone: che per noi capi vuol dire attenzione al singolo e non educazione di massa.
  • Ruolo della testimonianza: che per noi capi vuol dire esempio e stile scout.
  • Prossimità: che per noi capi vuol dire servizio al prossimo.
  • Narrazione: che per noi capi vuol dire riscoprire l’importanza del racconto, come momento forte di crescita.
  • Attenzione all’interiorità e all’interattività: che per noi capi vuol dire accettare la sfida di educare i giovani in questa fase in cui il loro modus cogitandi è in fase di mutamento proprio a causa del nostro abitare l’ambiente digitale.

Altre volte il P. Spadaro si era soffermato su questi punti, ma in questo testo viene riportata un’ottima sintesi di un discorso più ampio e articolato. Vi invito quindi a leggere l’intervento, che trovate QUI.

Potete invece seguire la “diretta” su Twitter attraverso l’HT: #CCEE

 

Non c’è più lo scoutismo di una volta!!! I mondi lontanissimi…

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Mondi lontanissimi… è il titolo di un bellissimo album di Franco Battiato del 1985. Conteneva fra l’altro anche “No time, no space”, ve la ricordate? (Eccola: https://www.youtube.com/watch?v=-Y44YzIODw0)

Lontanissimi sembrano pure i due mondi che ormai da qualche tempo cerco di esplorare su questo piccolo blog: lo scautismo e il cyberspazio.  Nell’immaginario collettivo si contrappone da un lato la vita all’aria aperta, il contatto con la natura, i boschi, i sentieri di montagna; dall’altro lato la luce chiara di un monitor o di uno smartphone davanti ad un giovane viso, nella penombra di una cameretta, magari con la porta chiusa.

Ci sono tantissimi capi scout che ancora oggi pensano che questi due mondi non abbiano e non debbano avere alcuna possibilità di contatto; ci sono invece tanti altri capi che non solo vedono l’ambiente digitale come una risorsa, ma riescono a trovarci dentro anche l’opportunità per portare lo stile scout anche in rete, per lasciare questo “mondo” (online) un po’ migliore di come lo si è trovato. Altri ancora riescono a trovare quel 5% (o più) di buono e portarlo avanti come risorsa educativa.

Il problema non è che non ci sono più i valori di una volta. Il problema è che ci sono ancora;  vanno scovati e fatti crescere. Vedo ancora oggi ragazzi di 16-17  anni che pubblicano su Facebook contenuti come questo (leggete anche le risposte):

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Sappiamo bene, senza bisogno di prove come questa, che i nostri comportamenti scout sono cambiati negli ultimi anni. Ho provato dunque a ragionare su questi aspetti chiedendomi, in pratica: come è cambiato il nostro modo di fare scoutismo al tempo della rete e grazie alla rete? In altre parole: come internet ha cambiato il nostro modo di portare avanti le attività scout? Certo del fatto che fino a qualche anno fa queste azioni venivano compiute in modo diverso, ho raggruppato le idee in 5 momenti tipici della vita scout,:

Il modo di pensare…  (es. ci sediamo a tavolino con gli altri capi o cerchiamo in rete le attività già pronte da proporre?)
Il modo di programmare… (es. c’è ancora il vecchio quaderno di caccia o programmiamo con gli smatphone o con i tablet?)
Il modo di convocare… (es. come chiamiamo i ragazzi alla riunione settimanale e agli altri impegni del Gruppo? E i genitori? Whatsapp ha già sostituito Email, Facebook e telefonate?)
Il modo di realizzare… (es. i ragazzi condividono contenuti online anche durante le attività, e come?)
Il modo di raccontare… (es. le foto e i resoconti delle attività o delle uscite vengono caricate su facebook ancora prima di tornare a casa e/o durante le stesse uscite all’aria aperta?)

Ciascuno di questi punti ha bisogno di essere approfondito e al momento attuale non so se qualcuno lo abbia fatto in maniera più seria e rigorosa. Mi ripropongo ovviamente di farlo in futuro su questo blog.

Ciò che si nota è che il mondo di internet e il mondo scout non sembrano due mondi così distanti, come apparentemente si potrebbe supporre. Ci sono parecchi punti di sovrapposizione e ci sono inoltre parecchie modalità in cui ciascuno viene incontro all’altro. Sono mondi solo apparentemente lontanissimi; basti pensare ad alcuni termini comuni, tipici dello scautismo e della rete. La stessa parola “scout”, che noi abbiamo tradotto con “esploratore”, indica qualcuno che si è messo alla ricerca di qualcosa, e scopre nuovi territori. Molti di noi utilizzano quotidianamente motori di ricerca. Quali connessioni vi possiamo trovare? Anche su questo argomento ci ritorneremo presto.

Insomma scautismo come palestra per la vita, ma anche per la vita online. La rete come opportunità di vivere i nostri ideali scout anche quando siamo su internet, di farsi buoni cristiani e buoni cittadini della rete. Abbiamo una sola vita, non ne viviamo una online ed una offline.